
Veduata della Sterpaia, foto di Morbin
Caro Massimo, nella presentazione di questa intervista mi sono permesso di definirti «ambientalista». Ho fatto bene?
Se per ambientalismo s’intende l’attenzione alle risorse naturali e culturali del territorio intese come elementi essenziali per la progettazione e la qualificazione del nostro futuro, hai fatto senz’altro bene.
Tu sei stato per molti anni dirigente dell'ufficio urbanistico del Comune di Piombino. Cosa ne pensi dell'assetto urbanistico di quella città?
-Piombino ha risentito enormemente del peso della fabbrica, in termini economici, occupazionali e spaziali. Alla fabbrica, nel periodo di massima espansione, si è concesso tutto: quartieri urbani, spiagge, paduli. La crisi occupazionale degli anni ’90 ha fatto emergere questa contraddizione: una fabbrica che occupa un territorio smisurato e che non offre più le stesse opportunità di lavoro. Anche le criticità ambientali, in questo scenario, sono apparse meno sopportabili.
Nello stessso tempo la monocultura industriale di Piombino ha favorito la conservazione di straordinarie risorse culturali e naturali come il promontorio di Populonia, il golfo di Baratti, le spiagge ad ovest della città, alcune zone umide (n.d.r: come gli orti di bottagone): tutti beni che oggi rappresentano “risorse” e opportunità per la riconversione economica dell’area.
Da decine di anni in quel territorio ci sono delle acciaierie molto inquinanti, un grande porto per l'Elba e la Sardegna, e i conseguenti problemi di traffico. L'immagine della città è associata da molti all'idea del posto brutto, inquinato e invivibile. Secondo te cosa si potrebbe realisticamente cambiare a breve termine?
La storia siderurgica di Piombino non è “occultabile”, anche perché qui, a differenza di altre realtà industriali come Bagnoli o Cornegliano, la fabbrica produce ancora acciaio. Naturalmente lo sforzo deve essere orientato alla mitigazione dei suoi impatti ambientali e allo sviluppo di attività alternative, ma nello stesso tempo è opportuno riconciliare la città con la sua tradizione produttiva e culturale.
Chi arriva a Piombino vede uno dei paesaggi industriali più imponenti e complessi del ‘900, appunto non occultabile. Ma questo paesaggio è anche storia economica e sociale, archeologia industriale e, nello stesso tempo, luogo di produzione e di sviluppo tecnologico. Idealmente lo stabilimento siderurgico di Piombino è la continuazione della trama milleneria che lega questi territori alla lavorazione dei metalli, in particolare del ferro, dagli etruschi fino alla contemporaneità. Io penso che nello stabilimento dovrebbe esserci anche una parte del progetto dei parchi culturali della Val di Cornia.
Considerando che le acciaierie sono da anni in un costante calo di addetti e commesse, pensi che siamo maturi i tempi per una riconversione industriale radicale? E verso quale assetto?
-Non sono in grado di prefigurare dinamiche produttive che hanno sedi decisionali nella sfera del mercato globale. Tuttavia non vedo con favore il completo smantellamento degli apparati produttivi dei paesi occidentali. Senza produzione vedo più complessa anche la competizione per la ricerca e l’innovazione. Nel caso di Piombino lo smantellamento della fabbrica ci consegnerebbe un territorio con enormi problemi di bonifica e riconversione. Lo scenario auspicabile è quello di una gradualità nel quale da un lato la fabbrica comprende e asseconda le esigenze di riconversione della città (ad esempio il porto, la nautica, l’archeologia industriale, ecc..), dall’altro si sperimentano tecniche e prodotti siderurgici evoluti, con maggiore attenzione alla riduzione degli impatti ambientali. Produrre con bassi impatti ambientali sarà sempre di più la sfida globale che ci attende.
Le persone della mia generazione (i nati nei '70) sono cresciute già in una cultura molto più «verde» rispetto alla tua. A noi sembra inconcepibile che posti molto belli siano stati rovinati dall'industria pesante come è accaduto a Piombino, Marghera, Priolo, e La Spezia. Perchè secondo te in quegli anni si è ritenuto che la salute umana e la qualità della vita dovessero essere così subordinate al lavoro?
-Perché l’ambiente, purtroppo, è stato vissuto come un “previlegio” di chi vive in condizioni di benessere. Prima il pane, poi l’ambiente. Basta vedere quello che sta accadendo sullo scenario asiatico. Gli scempi italiani sono clamorosi, proprio per lo scarto tra il valore del patrimonio che sarebbe stato logico tutelare e i danni ambientali prodotti. Chi ha compiuto quelle scelte aveva “scale” di valori diverse dalle nostre.
Tu sei diventato «famoso» per la battaglia che hai condotto (in tempi molto difficili!) contro l'abusivismo alla Sterpaia. Ci spieghi cosa e successo e come sei riuscito a evitare che quel litorale si trasformasse in una colata di cemento?
Non sono io ad essere diventato famoso, ma il Comune di Piombino, con i suoi amministratori e i sui appartati tecnici ed amministativi. Ci sono stati un perfetto gioco di squadra, continuità e tanta determinazione nel perseguire un obiettivo che sembrava sproporzionato rispetto alle forze che avevamo. Nei venticinque anni della lotta all’abusivismo lungo la costa della Sterpaia (allora si chiamava villaggio RIVA VERDE) ci ha guidato una sola convinzione: la necessità di affermare la legalità nel governo del territorio. Se non riuscivamo alla Sterpaia, non avremmo avuto argomenti per perseguire l’abusivismo ovunque: non si può sanzionare un cittadino per il cambio di una persiana senza autirizzazione e “lasciar passare” le lottizzazioni abusive. Questo mentre in Italia prendeva consistenza, con i condoni edilizi, la cultura della sanatoria, ossia del premio per chi ha abusato. Ce l’abbiamo fatta perché abbiamo usato tutti gli strumenti che la legislazione ci offriva, senza ipocrisie e compromessi: dai vincoli paesaggistici che ci hanno consentito di respingere i condoni, alla leva della confisca dei terreni per coloro che non demolivano autonomamente le oltre 2000 costruzioni abusive nei 180 ettari sul mare del bosco della Sterpaia. Oggi al posto della lottizzazione abusiva c’è uno dei parchi pubblici più frequentati del territorio.
Da qualche anno sei presidente e amministratore delegato della «Società Parchi Val di Cornia». Sembra un esperimento quasi unico nel panorama italiano. Ci spieghi che cos'è e quale successo ha avuto rispetto al modello burocratico dell'Ente Parco?
Il modello dei parchi della Val di Cornia è atipico nel panorama nazionale. Qui i Comuni, partendo dal basso, hanno fatto tutto da soli. Prima i vincoli sui beni da tutelare, poi lo sforzo per acquisire migliaia di ettari di terreno (aree protette, aree archeologiche, siti minerari abbandonati, i terreni della lottizzazione abusiva della Sterpaia, ecc), infine la costituzione di una Società a maggioranza pubblica a cui hanno affidato il compito di “realizzare” e “gestire” il sistema dei parchi. La Società si è dimostrata uno strumento agile, efficace, in grado di finalizzare bene i contributi pubblici e di creare reali integrazioni con l’economia locale. Oggi nella Società sono presenti 35 imprese private (prevalentemente del turismo) mentre abbiamo rapporti di collaborazione con molte altre sul territorio: il prodotto è l’offerta integrata cultura/natura/turismo di qualità.
Quali sono a tuo parere i peggiori difetti della politica e dei politici? Io ho la sensazione che troppo spesso ci siano persone del tutto impreparate e desiderose di disseminare favori e clientele. Come si potrebbe riformare questo sistema, almeno su scala locale?
Il peggior difetto di chi fa politica è l’incoerenza e, conseguentemente, la poca trasparenza nei processi decisionali. Con la crisi dei partiti e della partecipazione, anche il processo formativo degli amministartori si è seriamente indebolito. Non vedo altro rimedio se non quello del rilancio, non solo formale, della politica (intesa come luogo dello studio e della ricerca del bene comune) e della democrazia come metodo di governo delle istituzioni. Questo presuppone però che i cittadini si riapproprino dei loro strumenti: i partiti e le istituzioni.
Due parole sul mondo del lavoro. La mia generazione è affogata nel precariato e non riesce a stabilizzare la propria esistenza. Sempre più spesso ci sono persone che hanno contratti che durano 6 mesi. Come mai anche la pubblica amministrazione non si sforza di rendere un po' più gestibile la vita dei ragazzi?
E’ un problema gravissimo. La necessaria flessibilizzazione del lavoro non può divenire, strutturalmente, precarietà del lavoro. Con la precariertà i giovani non potranno affrontare sereni progetti di vita. Non distinguerei tra pubblica amministrazione e mondo privato per non creare previlegi, magari con la pressione fiscale anche per coloro che queste garanzie non potranno averle. Il problema è generale e deve essere risolto con strumenti legislativi appropriati, ad esempio penalizzando chi non stabilizza i rapporti di lavoro precari. Esattamente l’opposto di quello che si è fatto fino ad ora.
Tu sei stato insieme a me in Romania per aiutare le «ARPA» locali ad attuare le direttive UE. Che impressione ti sei fatto di quel paese? Secondo te cosa comporterà per loro dover recuperare in poco tempo 50 anni di legislazione europea?
Un paese più simile a noi di quanto non avessi immaginato. Certo ci sono ritardi enormi e una centralizzazione delle istituzioni e del potere che non facilita il decollo del decentramento e della progettualità. In ogni caso oggi sono in Europa, e questo è un bene. Quello mi auguro è che facciano tesoro delle esperienze maturate qui da noi, prendendo il buono ma evitando anche di ripetere gli errori. Se sarà cosi, l’indubbio svantaggio di oggi può trasformarsi in un fattore competitivo per il loro futuro.
Ti ringrazio per la collaborazione. A presto!